Alla metà degli anni ’60 del ’900 ero un ragazzino di 16 anni che voleva crescere velocemente ed entrare nel mondo dei grandi. Così, a soli 15 anni, avevo già scelto il Pensiero libero contro il pensiero dominante della confessione cattolica. Decidevo di essere laico e contro il potere della Chiesa ed ero già la pecora nera della famiglia religiosissima. Compravo già il giornale.
La mia insegnante di Lettere in prima media (1960/61), laica e anticlericale, mi parlava del giornale e del “Corriere della Sera”. Ho saputo cosa fosse l’elzeviro a 11 anni. A 15 anni sbattevo le mani ai comizi del dottor Filippo Maresca, capolista della lista di opposizione alla DC a Casamicciola, chiamata “Concentrazione Democratica”. Avevo fondato la squadra di calcio “Juve Nizzola” contro i “grandi” della U.S. Casamicciola. Ero il socio più piccolo del Circolo Impegno Giovanile.
Quando la “Concentrazione Democratica” confluì nell’aperta sezione del PSI, fui il più giovane iscritto alla FGSI, ma senza troppa convinzione. Mi sentivo liberale. Nel Circolo Impegno Giovanile ero l’unico della “Concentrazione” e già allora ebbi critiche; così, nel 1967, non rinnovai la tessera. Fui pecora nera anche nel PSI, ma la sezione socialista fu l’unica sede di dibattito civile e del Pensiero libero. Così i più anziani coltivavano questo ragazzino intraprendente per convincerlo nella teoria politica del socialismo. Scendevo in piazza Marina per discutere di politica nazionale e locale.
Un mio maestro fu il prof. Peppino Gamboni, un uomo di grande talento e cultura. Era insegnante elementare, ma professore di tedesco e francese in una casalinga scuola di lingue privata, con decine di allievi che dovevano inserirsi nel mondo del lavoro del turismo. Aveva un metodo innovativo che in sei mesi ti insegnava soprattutto il tedesco. Scapolo ma playboy e contrario al matrimonio, scendeva ogni sera in piazza Marina col suo “Maggiolino” tedesco. Le discussioni avvenivano in macchina quando faceva freddo, o sul molo quando la sera lo permetteva.
L’ho sempre chiamato “professore” e sempre gli ho dato del “voi” per rispetto umano e culturale. Si parlava di socialismo e, alle mie osservazioni – quelle di un ragazzino ai primi studi – rispondeva categoricamente: «Tu non sei un socialista». Ero troppo liberale.
Ma quello che mi colpì, una sera, parlando della realizzazione nel Bosco della Maddalena di un mega albergo che doveva nascere da un mecenate proveniente da Roma, fu una sua osservazione sulla natura degli ischitani.
«Vedi – mi disse – io credo veramente che questa sia l’isola dei Feaci. Non è solo mito. Ci deve essere qualcosa di vero, ma anche di peggio. La cultura dell’ospitalità qui è eccessiva. È quasi una sottomissione, un sentirsi inferiori rispetto a chi arriva dal Continente. Chi viene dal Continente e ci dice che vuole portarci sulla Luna, che sarà capace di darci tutto con magnanimità, noi gli crediamo. Gli apriamo le nostre case. Gli diamo tutto, perfino le nostre donne giovani e belle come novelle Nausicaa, perché è un nuovo Odisseo venuto dal mare per darci il posto incantato da Zeus. Così, se arriva dal mare uno che dice due o tre parole difficili per noi, è un genio. Ti invito a non essere così. Questa non è l’isola dei Feaci, che è solo mito. Siamo un’isola, ma siamo legati al continente. Sappiamo parlare e scrivere. Sappiamo fare i nostri errori. Siamo capaci di fare piccole e grandi cose. Diciamo “puttanate” come le dicono i continentali. Abbi sempre fiducia in te stesso».
Il prof. Peppino Gamboni fu un maestro di vita per me. Quando, a 26 anni, andai a lavorare sul Continente, a confronto con i cittadini colti e potenti della città di Napoli, in un palazzo di governo altero nella forma e dove si entrava solo in giacca e cravatta, non mi sono mai sentito inferiore. Mai sentito il provinciale in città. Mai avuto timore di dire la mia. La mia “puttanata” valeva come quella del grande uomo con antenati nobili e perfetti, come dice Totò. E così è stato piacevole, con qualche amarezza, confrontarmi con tutti in nome del Pensiero libero.
Queste osservazioni mi sono venute in mente leggendo oggi su “Il Dispari” l’articolo “Castagna all’attacco: pagato Fuksas 150 mila euro e le sue idee sono finite nel cassetto”. La prima risposta da dare a GB è chiedergli dove era quando è stato dato l’incarico a Fuksas e perché non ha movimentato il popolo come leader dell’opposizione. Cosa ha detto o progettato il grande maestro venuto dal mare per rigenerare un piccolo paese che, tuttavia, nell’isola dei Feaci ha decine di architetti e ingegneri e centinaia di geometri?
Per un decente disegno di paese non era capace un semplice geometra, ma con larga conoscenza dei luoghi, insieme a un talentuoso architetto e a un ragioniere che conosca dove si fanno gli affari e come si rilancia un sistema economico? Si sarebbe progettato molto meglio. Il progetto sarebbe stato redatto da chi ci vive, ci lavora, ci è nato ma ha saputo studiare. Sarebbe costato poco, e molto meno dei “disegni d’autore” che, fra l’altro, non hanno senso se non inseriti in un Piano Urbanistico Comunale (PUC), come dice la legge, perché qui siamo ancora nella Repubblica Italiana.
Ischia è forse veramente l’isola dei Feaci, ma Casamicciola ne è la capitale.
26.2.26
Giuseppe Mazzella – Il Continente
